Il mio entusiasmo nell'usare il web è pari solo alla mia incompetenza. Il che, indubbiamente, è una combinazione pericolosa.

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Mentre stava succedendo (mentre si stava risolvendo, per la verità, perché mentre stava succedendo non avrei potuto pensare a niente altro) mi dicevo che avrei dovuto scriverlo sul blog. Adesso che è successo e si è risolto (al 90%, perché non credo che sarò tranquilla al 100% se non tra molto, molto tempo) non ho voglia di scriverlo. Non ho voglia di ripensarci, vorrei solo rimuovere la cosa. Ma so che la rimozione è impossibile, so che raccontare mi fa bene, e so che aprendo questo blog mi ero ripromessa di non autocensurarmi.
Quindi, ecco, il fatto è che l’amore mio ha rischiato di morire. Intervento chirurgico ‘di routine’, complicanza sottovalutata (anzi, bellamente ignorata) dai medici, emorragia interna e conseguente corsa notturna in sala operatoria. Quello che ho provato aspettando per tre ore fuori da quella porta è indescrivibile, nemmeno ci provo.
Poi, quando LA paura è passata, sono subentrate altre paure - non così terribili, ma comunque angoscianti: nell’ordine che non si svegliasse, che rimanessero degli strascichi a livello fisico, che rimanessero degli strascichi a livello neurologico, che avesse perso la memoria, che non si ricordasse più di me, che mi odiasse perché avevo insistito io per l’intervento ‘di routine’. Non sono paure razionali, ma vorrei vedere voi al mio posto. Pure l’intervento ‘di routine’ non avrebbe dovuto sortire problemi; a quel punto mi aspettavo di tutto.
Sono passati 10 giorni, ora è a casa e del tutto autosufficiente, ma io quando dorme ogni tanto vado a controllare che respiri.

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Mi sa che devo cominciare a mettermi i soldi da parte, in un conto Paypal o in un molto più retrò salvadanaio, perché ho deciso che è necessario avere (e ovviamente leggere) tutti i premi Strega. Mio nonno li comprava sempre, ed è un’abitudine che ho sempre voluto ereditare. Certo, mio nonno non viveva in tempi di spending review (e neanche in tempi in cui il premio Strega lo vinceva quella gran bufala de _La solitudine dei numeri primi_. No, mio nonno comprava _Il gattopardo_. Quelli sì che erano tempi).
OK, due conti Paypal/salvadanai, perché voglio comprare anche i premi Pulitzer. Cominciando da quelli per la narrativa, ma ci sarebbero anche quelli di saggistica, per non dire quelli di storia. Urgh. Mi serve un altro stipendio.

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La cosa brutta dell’essere l’unica a seguire una certa serie TV (o roba analoga) è che non c’è nessuno con cui  commentare gli sviluppi o a cui rivelare gli spoiler. Meno male che c’è il web.

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Su Tumblr stanno cominciando a circolare immagini dal set della _Desolazione di Smog_, ossia la seconda parte dell’_Hobbit_. I nani sono nelle botti, Thranduil è sul trono e Legolas c’è e tanto basta, e io non sto (ancora) zompando sul divano in preda all’eccitazione solo perché è domenica pomeriggio e sono abbrutita dal cibo.

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I nostri vicini (non ho ancora identificato i perpetratori ma lo farò, ah se lo farò) hanno deciso ieri sera di deliziarci con un concerto live di un cantante locale, a me ignoto in quanto neomelodico. Il cantante era alquanto stonato, in compenso il sistema di amplificazione era ottimo e abbondante. Per fortuna l’happening si è chiuso intorno alle 11 (ma non prima di un giro di karaoke con esecuzione di ‘Gangnam Style’). Per distrarci, l’amore mio e io ci siamo rifugiati sul (nel?) web, alla ricerca io di uno stendipanni e lui di un’auto nuova. Siamo anche incappati in un annuncio truffaldino, facilmente sgamato grazie a Google. L’eccitazione per la sventata truffa ha fatto passare in secondo piano la nausea causata dal sottofondo musicale da incipiente influenza. E niente, questo è tutto quello che è successo ieri sera.

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Si ha un bel sentirsi _ggiovani _in spirito, poi ci pensa il corpo a riportarti bruscamente alla realtà.
Per dire, fino a poco tempo fa le pulizie di casa riuscivo a farle di slancio senza fermarmi un attimo, e ora dopo un’oretta la schiena chiede a gran voce una pausa. Poi ci sono vari doloretti che ho dovuto riconoscere come ricorrenti, tipo il torcicollo che per me è diventato il sintomo per antonomasia di incipiente influenza.
Lo scorso inverno, più o meno sotto Natale, la pelle della guancia sinistra mi si è improvvisamente squamata. Così, senza un apparente perché. Dopo un paio di giorni sembrava che stesse tornando normale, poi si squamava e arrossava daccapo. La faccenda è durata per almeno tre settimane, poi - proprio quando mi stavo decidendo ad andare dal medico - è tutto passato, guancia liscia e rosea come se nulla fosse stato.
Ora siamo punto e daccapo. Guancia rossa, pelle squamata, intenzioni di guarire non pervenute. Ho smesso di truccarmi, pensando a un problema allergico (ai prodotti che uso da sempre? E solo su una guancia?), ma non vedo miglioramenti. Tra l’altro, a parte l’estetica (sembra che qualcuno mi abbia dato un pugno), mi sento tutta pizzicare.
Quindi andrò dal medico. Nel frattempo, il dottor Google ha diagnosticato una dermatite seborroica, condizione non rara in soggetti con alta produzione di sebo (eccomi, sono piena di cisti dappertutto) soprattutto in periodo di cambio di stagione e/o di stress psicofisico. Riflettendoci, la cosa è iniziata sotto Natale ed è ritornata a bomba prima di Pasqua. Il tutto ha un senso.
Ciò che è drammatico, però, è che la dermatite si manifesta di solito nella prima infanzia - e non è il mio caso - o nell’adolescenza - e non è il mio caso. O nella _mezza età_.
Stress, dicevamo.

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Mi scuso per la lunga assenza, ringrazio chi si è preoccupato per me (a qualcuno mancano i miei post! That’s incredibile) e spero di farmi perdonare con questa ennesima puntata delle mie tribolazioni matrimoniali.
Premetto che io e l’amore mio siamo stati bravissimi, e a quasi sei mesi dalla data fatidica abbiamo già organizzato tutto; mancano solo i fiori e l’abito per lui (ma è a dieta, quindi la faccenda va procrastinata fino al raggiungimento del peso-forma). Ogni suggerimento low cost in merito sarà il benvenuto.
(Io l’abito l’ho già acquistato, e quindi sono a dieta di mantenimento.)
Ora, ci sarebbe il trascurabile particolare che il parroco si è dimenticato di avvisarci dell’inizio del corso prematrimoniale, ma l’amore mio ha detto ‘ci penso io, non preoccuparti’ e quindi io non mi preoccupo (peraltro l’idea di non sposarmi in chiesa non mi sconvolge più di tanto).
L’ultimo atto che finora abbiamo adempiuto è stato l’acquisto delle fedi. Siamo andati in gioielleria, abbiamo esaminato vari modelli, abbiamo chiesto il consiglio della commessa infine optando per il modello ‘comfort’ (la cosa, non so perché, mi fa ridere), abbiamo misurato le dita e infine abbiamo acquistato.
Solo tornati a casa ci siamo resi conto che sulla ricevuta, dove era riportata l’iscrizione da incidere sugli anelli, il mio nome era scritto ‘Angelico’.
Il che inevitabilmente ha dato la stura per la mia ennesima prolusione pro matrimoni gay.

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Una cosa che non pensavo potesse mai succedere, dato il ristrettissimo numero di lettori di questo blog (pochi ma ottimi, tengo a precisare): mi hanno censurato un post.
Non vi metto il link perché il post al momento è stato spostato in bozze dai signori di Blogger (e là intendo lasciarlo come memento, anche se potrei modificarlo e ripubblicarlo), ma comunque si trattava di un post pre-natalizio consistente in una sola immagine, linkata da un altro blog. E il bello è che nemmeno mi ricordo che immagine fosse.
In ogni caso, immagine rimossa alla fonte e segnalazione per me. Per la prima volta sento il peso del Grande Fratello.

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- Ah, quindi non sei più andata dal parrucchiere?
- Ma perché non ti fai fare i capelli un po’ diversi? Che so, magari mossi…
- Vabbeh, tanto ormai mi sono abituato a vederti così.

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Sono disordinata, imbranata e ansiosa. Il che significa che nella mia borsa c’è di tutto, letteralmente in ordine sparso, e quindi quando cerco qualcosa 9 volte su 10 non riesco a trovarla. Ora, capisco perdere le chiavi nel marasma, ma il cellulare è già un po’ più grandicello, dovrebbe saltar fuori con facilità, nevvero? Bene, io sono capace di non trovare il portafogli. Eppure è lì.
A quel punto, va da sé, sono costretta a devo svuotare completamente la borsa. Quando l’oggetto scomparso decide di palesarsi, io sono già caduta in preda di una decina di crisi di panico in rapida successione. E ogni volta, dopo l’obbligatorio sospiro di sollievo, mi dico che è da stupidi farsi prendere da crisi di panico, perché la cosa _deve _essere nella borsa, _so _che c’è ed è solo questione di trovarla, dato che non perdo mai niente.
Quasi.
Ieri sera prendo la borsa per recuperare il libretto degli assegni e rimetterlo a posto (normalmente infatti non lo porto con me), il che è già di per sé strano perché di solito le cose restano in giacenza nella mia borsa, anche se inutili, per mesi (vedi occhiali da sole in pieno piovoso inverno). Come da copione, il libretto degli assegni risulta M.I.A. Come da copione, maledicendo il mio disordine e ripetendo come un mantra “Stai calma ché tanto è in borsa, stai calma ché tanto…”, tiro fuori tutto: portafogli, occhiali da sole (sic), fazzoletti, sportina di tela, altra sportina rimasta inutilmente in borsa (arisic), astuccio con penna pendrive burrocacao assorbenti pillole antiallergiche, scontrini e monetine sparse, fodero dell’ombrello.
Il libretto degli assegni rimane M.I.A. OK, forse adesso un minimo di panico è giustificato.
A quel punto, nella mia testa bacata si svolge il seguente flashback; io, in treno, che sento dire “toh, piove” e quindi tiro fuori l’ombrello dalla borsa. E qui ho il lampo: con assoluta certezza, so che togliendo l’ombrello devo inavvertitamente aver fatto scivolare fuori il libretto.
Segue frettolosa e ansiosa telefonata al numero verde della Banca per bloccare gli assegni. L’operatore, gentilmente, mi ricorda che dovrò fare anche una denuncia di smarrimento alla polizia, il che è un’immane seccatura e mi farà perdere un sacco di tempo. Ma tant’è: maledicendo di nuovo (e a maggior ragione) il mio disordine e la mia sventatezza, mi rassegno alla bisogna. Per puro scrupolo chiamo in stazione, avessero mai ritrovato il libretto… Non ho molte speranze: una volta dimenticai l’ombrello sul bus, e quando telefonai per chiedere se ci fosse un ufficio oggetti smarriti, mi risero in faccia (davvero!).
Invece qui scatta il miracolo: fortunatamente il treno che avevo preso “moriva” alla mia fermata, ed era pure semivuoto; qualcuno aveva trovato il libretto e l’aveva consegnato al capostazione, e stamattina l’ho felicemente recuperato.
Dirò che ho avuto un momento di incertezza nel rimetterlo in borsa, anche se sono stata bene attenta a ficcarlo in un angoletto, così appena ho potuto ho deciso di sistemarlo meglio, in una taschina fornita di zip.
Beh, voi non ci crederete, ma quando ho riaperto la borsa in un primo momento il libretto non si trovava. (Poi c’era, lo sapevo che c’era ed era solo questione di trovarlo.)